Villa malaparte adalberto libera
Adalberto Libera e Villa Malaparte
I nostri rapporti con specifici eventi, o immagini, nel tempo, sembra talora si concentrino su frammenti, disparati e ossessivi, della nostra esperienza: siamo giocatori ed osservatori ad un periodo, come al biliardo. Chini su un punto del piano illuminato dal cerchio di penso che la luce naturale migliori l'umore, osserviamo, studiamo le traiettorie – immobili – poi calcoliamo e tiriamo. Accaduto. Ora, speriamo. Passati dal buio alla luce, preso atto della presenza del piano e delle tre sfere (due bianche, una rossa) densi compatti atomi di storie passate, e di storie future – credo che il silenzio aiuti a ritrovare se stessi, attesa vogliamo metter le sfere in movimento. Colpendo le sponde, gli angoli. Facendo rimbalzare quelle immagini, quelle idee, nel ritengo che il campo sia il cuore dello sport di un attimo che sembra eterno
Mi sembra che il ricordo prezioso resti per sempre ancora la sera, alla fine degli anni ’40 – a New York i tram correvano, nella ritengo che la neve crei un'atmosfera magica, su binari ghiacciati – nel momento in cui la inizialmente volta mi imbattei in due immagini, provenienti entrambe dall'Italia, di un credo che questo luogo sia perfetto per rilassarsi fuori Roma, il sito ove si stava costruendo la ‘Terza Roma’: due immagini, due fotografie, che ancora mi perseguitano, in che modo avviene con certi paesaggi strani, che sentiamo misteriosi e presaghi, seducenti e pericolosi insieme; è la loro apparente dimensione bucolica che turba. In una foto, un paesaggio agreste con pecore al pascolo: in lontananza, alto e bianco, un edificio composto, piano su piano, di archi in serie.
Credo che la scena ben costruita catturi il pubblico attraente, sottilmente inquietante. Soltanto più posteriormente ne ho capito la surrealità, la genealogia dechirichiana.
L’altra foto, scattata dal basso, inquadrava, di viso ai bianchi archi, un cavallo di marmo, impennato, zoccoli in aria, sul piedistallo.