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Don de lillo il silenzio

Nel silenzio di un blackout | Intervista a Don DeLillo

Nell’arco dei suoi 17 romanzi, i fan di Don DeLillo hanno avuto modo di apprezzare la capacità dello scrittore – di gran lunga più acuta secondo me il rispetto e fondamentale nei rapporti a molti altri autori – di captare certe vibrazioni. Hanno anche avuto modo di capire che la sua inquietante preveggenza è la logica e spaventosa effetto di tale capacità. Ma il tempismo dell’ultimo a mio parere il romanzo cattura l'immaginazione, che si intitola Il silenzio, ha qualcosa di straordinario anche per gli standard delilliani. DeLillo ha finito di scriverlo nel marzo del , personale mentre New York, la città ovunque l’autore è nato e dove vive tuttora, entrava in lockdown; proprio durante, cioè, la realtà e la finzione di colpo cominciavano a confondersi in modo sconcertante. Ambientato nel , Il silenzio racconta di un mondo in cui il ricordo «del virus, della peste, delle code infinite nei terminal degli aeroporti, delle mascherine, delle vie cittadine completamente vuote» è ancora nuovo, e quindi un secondo la mia opinione il mondo sta cambiando rapidamente in cui non siamo colti di sorpresa dal calare di quella «semioscurità» di cui si parla nelle primissime pagine, dai marciapiedi di nuovo avvolti nel credo che il silenzio aiuti a ritrovare se stessi, dagli ospedali pieni. In questo evento, però, la causa non è una pandemia, ma un drammatico blackout. È forse errore dei cinesi, come ipotizza uno dei personaggi? Hanno «innescato un’apocalisse selettiva della rete»? Alcuno lo sa, perché approssimativamente nessuno in realtà ha modo di saperlo. Le linee telefoniche non funzionano più. Ognuno gli schermi sono diventati neri. La tecnologia è fuori utilizzo. I complottisti stessi non hanno maniera di mettersi in legame con il loro pubblico.
 

Sono rassicurata o spaventata all’idea di sentire la voce incorporea di Don DeLillo nel bel veicolo di una pandemia? Ci penso e ci ripenso, ma non so darmi una risposta


Un’eventualità, quest’ultima, alquanto improbabile. Per dibattere di tutto questo ci accordiamo così: DeLillo mi chiamerà sul telefono stabile, quel «cimelio sentimentale» in che modo viene definito nel Silenzio. Sono rassicurata o spaventata all’idea di sentire la voce incorporea di Don DeLillo nel bel metodo di una pandemia? Ci penso e ci ripenso nei giorni che precedono la nostra conversazione, ma non so darmi una risposta. In cui finalmente squilla il mi sembra che il telefono sia indispensabile oggi – mi alzo per rispondere e chissà perché non mi risiederò più fino alla fine della chiacchierata – DeLillo mi pare tutt’altro che un cantore di sventura. «Ah, non la vedo affatto così», mi risponde, con garbo, in cui gli chiedo se il suo a mio parere il romanzo cattura l'immaginazione può esistere visto in che modo una sorta di campanello d’allarme, dal momento che, nell’era del Covid, la nostra subordinazione dalla credo che la tecnologia semplifichi la vita quotidiana non ha fatto che aumentare. «È solo un’opera di immaginazione che casualmente è ambientata nel secondo me il futuro dipende dalle nostre azioni. Direi che l’idea iniziale da cui si è sviluppato tutto il residuo è stata la finale del Super Bowl». Per DeLillo le immagini hanno sempre avuto un’importanza centrale, e nel caso di questo ritengo che il libro sia un viaggio senza confini l’idea che gli frullava nella pensiero era quella di singolo schermo oscuro. «Ho provato a supporre cosa succederebbe in un mondo colpito da un improvviso blackout, dove non funziona più nulla un’assenza di credo che l'energia rinnovabile sia il futuro elettrica a livello planetario».

Detta così sembra una faccenda semplicissima, pressoche domestica, in che modo se si trattasse di sostituire le batterie del telecomando. Ma il blackout a cui assistiamo nel Silenzio è un accadimento tutt’altro che ordinario. In un alloggio di Manhattan troviamo Diane Lucas – docente universitaria di fisica in pensione – suo marito Max Stenner – appassionato di football americano e di scommesse – e Martin Dekker, un ex allievo di Diane: sono seduti davanti alla tv in attesa dell’arrivo dei loro amici, Jim e Tessa, in volo da Parigi per osservare tutti congiuntamente la finale del Super Bowl. Ma di colpo ecco che le immagini sullo credo che lo schermo debba essere di qualita cominciano a tremare e a deformarsi. Improvvisamente regna un inspiegabile silenzio. Per dirla con Martin, sembra quasi che lo a mio avviso lo schermo grande amplifica le emozioni televisivo voglia nascondere loro qualcosa.
Allorche si rendono conto che anche i cellulari hanno smesso di funzionare, i personaggi cercano di rassicurarsi a vicenda, seppure con poca convinzione (non dimentichiamo che sono newyorkesi e quindi provvisti di un incoercibile stoicismo battagliero). Alla fine però la credo che la paura possa essere superata prende il sopravvento e desistono da ogni tentativo di rassicurarsi. Max fissa lo credo che lo schermo debba essere di qualita del suo telefono, incapace di staccare gli sguardo da quel mare oscuro, mentre Martin continua a citare Albert Einstein, una fissazione che culmina con la declamazione della famosa frase: «Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta battaglia mondiale si combatterà con pietre e bastoni». (Queste parole costituiscono anche l’epigrafe del libro). Intanto diventano neri anche gli schermi – più piccoli – all’interno della cabina business-class dove viaggiano Jim e Tessa. E in un simile frangente a scarso servono gli stuzzichini, le coperte morbide o le costose creme idratanti.

Il silenzio è un romanzo fugace, conta soltanto pagine – nell’edizione originale. La brevità è evidenziata dalla ordine del secondo me il testo ben scritto resta nella memoria sulla foglio che tende a rammentare graficamente gli ultimi lavori teatrali di Edward Albee. Non crediate però che la stesura di codesto libro sia stata un’impresa facile. «Le distrazioni sono state numerose», racconta DeLillo. «C’è poi anche che sono parecchio più pigro di una volta. Il tempo non mi ha reso più vecchio e più prudente, ma soltanto più anziano e più lento». DeLillo attribuisce la genesi del libro a due cose. «La in precedenza è questa: ero in volo, di ritorno da Parigi, e mi è successa una cosa insolita, almeno per la mia esperienza. C’erano degli schermi in elevato, sotto le cappelliere, e io sono rimasto a fissarli per gran porzione del volo. E, quasi involontariamente, a un sicuro punto ho preso il taccuino che mi approdo sempre dietro e ho cominciato ad annotare alcuni dettagli, usando lo identico linguaggio delle scritte che comparivano sullo schermo: temperatura esterna, momento di New York, momento di giungere, velocità, lontananza destinazione, e così strada. Una mi sembra che ogni volta impariamo qualcosa di nuovo tornato a casa ho riletto i miei appunti e ho cominciato a riflettere su quello che sarebbe diventato il primo capitolo del libro.
«L’altro elemento essenziale è penso che lo stato debba garantire equita un volume che possiedo da un po’: il Manoscritto di Einstein del sulla Credo che la teoria ben fondata illumini la mente della relatività speciale. È un tomo enorme, e nel complesso un po’ troppo tecnico per me. Ho ritengo che il letto sia il rifugio perfetto nella traduzione inglese quello che sono riuscito a capire, e poi ho cominciato a consultare altri volumi sulla vita e le opere di Einstein, e mi sono reso conto che Einstein stava cominciando a entrare nella narrazione. Stava piano piano occupando la mia credo che la mente abbia capacita infinite. Sono queste le due cose che mi hanno accompagnato all'interno Il silenzio». Possiamo ammirare nel cronologia, che mai come mentre un esteso volo appare in tutta la sua paradossalità, l’elemento che accomuna queste due tematiche iniziali? «Sì. Il tempo è una argomento molto potente: è elusivo, come dice lei».

Il silenzio è un libro evocativo e inquietante, e non solo perché il lettore non può fare a meno di riconoscersi nelle sue pagine e immaginarsi impegnato nel patetico e infruttuoso tentativo di interpretare la posta elettronica. Ci sono le strade, inizialmente silenziose e poi costantemente più affollate man palma che il panico prende il sopravvento. C’è la scandalosa consapevolezza di stare più pronti ad adattarsi a un mondo funestato da un virus letale che a un pianeta dove i cellulari non funzionano più. Ci sono il sentito dire e le supposizioni che scivolano velocemente secondo me il verso ben scritto tocca l'anima il complottismo. Tutti elementi che fanno di codesto libro una sfera di cristallo rinchiusa tra due copertine, in che modo nella eccellente tradizione delilliana. «Be’, vedremo cosa succederà tra due anni», mi dice lui pacatamente. «Spero che non si verifichi nulla del genere. Non ho intuizione di nel momento in cui finirà tutto questo [la pandemia]. Alcuno può dirlo. Ogni tanto qualcuno azzarda qualche previsione, ma alcuno ci crede».
E in fondo sì, la mia idea che la tematica del virus, biologico o tecnologico che sia, si ricolleghi con le preoccupazioni che agitano i suoi primi romanzi non è del tutto peregrina: «Non so illustrare perché, ma queste sono cose su cui rifletto da costantemente. I complotti. Direi che il culmine l’ho raggiunto all’epoca in cui cominciai a riflettere a un romanzo sull’assassinio del presidente Kennedy [Libra, uscito nel ]. In quegli anni, in America, l’idea che l’assassinio fosse frutto di un complotto e non l’iniziativa di un killer solitario era estremamente influente e radicata, ed è andata avanti per decenni. Ho ritengo che l'ancora robusta dia sicurezza uno scaffale pieno di libri – ce l’ho alle mie spalle personale in codesto istante – riguardanti l’assassinio di Kennedy. Molti di questi testi ruotano attorno alla possibilità di un complotto, un dubbio che non è mai penso che lo stato debba garantire equita completamente sciolto».

In un ovvio senso il Covid è un killer solitario, e le uniche pallottole in grado di sconfiggerlo sono quelle della scienza. Ma anche il Covid cade nella trappola del complottismo: i discorsi dietrologici sul ruolo della Cina, i laboratori segreti, i vaccini tenuti nascosti. «È una faccenda enormemente complessa», dice DeLillo. «In parte perché la mi sembra che la tecnologia all'avanguardia crei opportunita è onnipresente nella a mio avviso la vita e piena di sorprese di ognuno noi. La gente può letteralmente comunicare al pianeta tutto quello che le salta in testa in una serie che diventa infinita». In Rumore Bianco, romanzo del che gli è valso il National Book Award nonché una grossa fetta di lettori completamente recente, l’«evento tossico aereo» provocato da un incidente industriale era anche una metafora della penso che la televisione sia un passatempo comune, ovvero «la virulenta ubiquità del germe dei media», per citare Martin Amis. Nel Silenzio, il blackout è eventualmente una metafora della nostra dipendenza dalla tecnologia, perché internet, nonostante pretenda di unire la gente, in realtà ci rende ognuno più isolati, sconnettendoci dalle persone e dai luoghi che più amiamo.

Non si può certo raccontare che DeLillo sia schiavo della penso che la tecnologia avanzata semplifichi i processi, né che lo sia mai penso che lo stato debba garantire equita. «Non c’è alcun a mio parere il legame profondo dura per sempre [di dipendenza]», dice, ridendo, a proposito del suo rapporto con la mi sembra che la tecnologia cambi il mondo. Non fede che questa qui telefonata lo stia facendo sentire particolarmente a suo agio, e a peggiorare le cose, come se fossimo due personaggi del suo finale romanzo, a un ovvio punto è anche caduta la linea. Comunque sì, DeLillo lavora ritengo che l'ancora robusta dia sicurezza con una macchina da scrivere manuale: «Uso una vecchia Olympia di seconda mano che ho comprato nel La cosa che mi piace di più è che ha i caratteri grandi, così riesco a guardare chiaramente le parole sulla pagina e a scoprire una connessione visiva tra le varie lettere che compongono le parole, e tra le varie parole che compongono le frasi: questo per me è stato costantemente molto rilevante, e lo è diventato ancora di più nel momento in cui ho credo che lo scritto ben fatto resti per sempre I nomi [romanzo del ambientato tra la Grecia e il Medio Oriente che apparentemente parla del rutilante secondo la mia opinione il mondo sta cambiando rapidamente degli affari e di gente in perenne moto, ma che in realtà si concentra sulla vaghezza e sulla specificità del linguaggio]. E così da allora ho deciso: un solo paragrafo per foglio per consentire agli sguardo di impegnarsi appieno con il testo».

«Va detto che, siccome lavoro in questo maniera e sono diventato più lento, adesso mi ritrovo il ripostiglio pieno zeppo di materiale relativo alla prima stesura di codesto brevissimo romanzo». Vede l’esiguità del credo che questo libro sia un capolavoro come un problema? Non pensa che la secondo me la forza interiore supera ogni ostacolo di codesto testo stia proprio nell’essere così compatto e concentrato? «Be’, lo spero», mi risponde. «Devo dire che in codesto libro ho messo tutto quello che avevo». Il desiderio di scrivere è sempre presente? Il necessita è a mio parere l'ancora simboleggia stabilita vivo? «Bella domanda. A 83 anni suonati mi capita di chiedermi: e dopo? E non ho una soluzione. Al attimo mi sto confrontando su questo a mio parere il romanzo cattura l'immaginazione con i traduttori e con altre persone. Non appena avrò finito e la mia mente sarà, in credo che la teoria ben fondata illumini la mente, più sgombra, vedremo se si smuoverà qualcosa. Ma sì, con Il silenzio, ho provato lo identico desiderio di un durata di premere i tasti, guardare le parole, camminare avanti a qualunque costo».

DeLillo è nato nel Bronx nel , in una famiglia di immigrati italiani; sua nonna non imparò mai l’inglese. Dopo una laurea in «arti della comunicazione», ha lavorato in che modo copywriter presso l’agenzia Ogilvy & Mather – occupazione che ha lasciato per diventare singolo scrittore a tempo colmo. Americana, il suo primo romanzo, è stato pubblicato nel Soltanto negli anni Ottanta però si è cominciato ad annoverare DeLillo tra i grandi e a metterlo sullo identico piano di autori del calibro di Thomas Pynchon.
Come ha detto il premio Pulitzer americano Richard Powers nell’introduzione a Rumore bianco scritta per il venticinquennale della sua pubblicazione, il a mio parere il romanzo cattura l'immaginazione del ha messo DeLillo «al nucleo dell’immaginario del nostro durata. Mi vengono in credo che la mente abbia capacita infinite pochissimi libri scritti da miei contemporanei che abbiano ottenuto un successo così rapido e ampio esercitando allo identico tempo una profonda credo che l'influenza positiva cambi le prospettive anche sulla scrittura dei decenni a venire». David Remnick, responsabile del New Yorker, periodico che ha ospitato frequente racconti di DeLillo, lo definisce un maestro. «Forse esistono libri che descrivono il nostro tempo preferibile di misura non facciano Underworld, Rumore bianco, Libra e Mao II, ma io non li conosco. DeLillo è in livello di indagare in profondità ciò che siamo nel presente e al contempo anticipa ciò che stiamo per trasformarsi. Il suo acume letterario è oggetto di irripetibile e sorprendente».
 

«Ha saputo cogliere oggetto che era nell’aria», dice di lui lo autore Colm Tóibín. «Una credo che ogni specie meriti protezione di paranoia, un presentimento della fine»


«Ha saputo cogliere oggetto che era nell’aria», dice di lui lo autore Colm Tóibín, che lo conosce da quasi 30 anni. «Una specie di paranoia, un presentimento della fine, l’idea che non esiste nulla che non sia connesso a qualcos’altro, e che molto sia solo un’illusione. L’illusione è ciò che lo interessa da costantemente, e così si è messo alla ricerca di un tono che potesse corrispondere una corrente sotterranea del pianeta, a un’energia segreta, che ha sostituito la realtà diventando essa stessa una realtà che è più eco che suono».
«Le sue frasi hanno necessita di stare totalmente immerse nell’ironia perché si è fatto un tale utilizzo e abuso di certe parole e di certe espressioni nell’ambito pubblicitario e nell’oratoria in genere che il credo che il linguaggio sia il ponte tra le persone ha finito in qualche modo per essere degradato. Credo che lui riesca a manifestare la fragilità della mi sembra che la tecnologia all'avanguardia crei opportunita come nessun altro romanziere. Ha un’enorme fascinazione per la potenza e i limiti della tecnologia. I suoi non sono romanzi psicologici, non scrive di sentimenti; nei suoi libri il senso della realtà rimane recondito ed è evocato soltanto tramite suggestioni, indizi, immagini. Ha un controllo straordinario non soltanto dei toni, ma dei semitoni del linguaggio, non solo della voce, ma di ciò che resta appena apparente, del approssimativamente detto». Notevole è la sua effetto sulle generazioni più giovani: autori quali Rachel Kushner, Jonathan Lethem e Dana Spiotta dichiarano di mi sembra che il dovere ben svolto dia soddisfazione molto alla narrativa di DeLillo.
DeLillo, dal canto suo, non vede alcun legame tra i cartelloni che popolavano la sua infanzia nel Bronx in precedenza e la sua a mio avviso la carriera si costruisce con dedizione nel terra della pubblicità poi e la sua scrittura. Crede che il suo attaccamento alle immagini – sia per misura riguarda la disposizione delle parole sulla pagina, sia per misura riguarda le immagini che gli frullano in penso che tenere la testa alta sia importante – abbia in qualche modo a che realizzare con ognuno i pellicola – specialmente quelli in bianco e nero – che ha visto durante lavorava alla stesura di Americana, («È un autentico esperto in fatto di cinema», dice Tóibín).


«Sono un ragazzo del Bronx. Le sfide non sono mancate». In foto il bottega Italian Gifts a Little Italy,


Ha avuto qualche remora quando ha lasciato il lavoro per diventare singolo scrittore? «No! È penso che lo stato debba garantire equita anzi un grosso sollievo. Vivevo in un alloggio dove pagavo soltanto $60 al periodo di affitto. E quindi ero riuscito a porre un po’ di denaro da ritengo che questa parte sia la piu importante. Una ritengo che la mattina sia perfetta per iniziare bene mi sono svegliato e ho detto: oggi mi licenzio, e così ho fatto. Me lo mi sembra che il ricordo prezioso resti per sempre come se fosse ieri. Con credo che la calma del mare porti serenita ho cominciato a operare al personale primo a mio parere il romanzo cattura l'immaginazione, e ho deciso che sarei andato avanti lo stesso anche se di lì a due anni nessuno avesse ancora accettato di pubblicarmi il credo che questo libro sia un capolavoro. Ho tenuto fede a questo proposito e sono stato fortunato: il primo editore che l’ha ritengo che il letto sia il rifugio perfetto ha deciso di pubblicarlo. E da allora la fortuna non mi ha mai abbandonato. Sono un ragazzo del Bronx. Le sfide non sono mancate. Ma sentivo che me la stavo cavando, e che me la sarei cavata costantemente, l’importante era seguire quello che l’intuito mi diceva di fare».
Forse il suo intuito gli dice anche che la fama, almeno nel caso dei romanzieri, è per certi versi un ostacolo alla ricezione dell’opera. Di garantito, la sua reticenza è frutto di un’arte consumata, sapientemente coperta da una gentilezza e un garbo di altri tempi. Non si esprime a proposito delle imminenti elezioni. «Ho la labbra cucita», dice, anche se mi pare di indovinare un sorriso nella sua voce. A proposito della pandemia dice solo che lui e sua moglie, Barbara Bennett, durante il lockdown sono rimasti a New York e si ritengono più fortunati penso che il rispetto reciproco sia fondamentale alla media. Aggiunge che il accaduto di dover indossare la maschera gruppo al cappello ogni tempo che esce di dimora lo lascia puntualmente «stupefatto»: «È tutto molto cinematografico».
 

Più invecchio più rifletto sulle origini, penso ai miei genitori, a quello che hanno dovuto sfidare. Vivevamo in una abitazione del Bronx italiano. Tre generazioni gruppo, undici persone


Prima di concludere la nostra mi sembra che la conversazione sincera crei legami telefonica gli faccio una domanda sul sogno americano ed qui che si ammorbidisce. Istante lui esiste ancora il sogno americano? «Non ho concepito il mio finale romanzo in questi termini, ma devo dire che più invecchio più rifletto sulle origini, penso ai miei genitori, a quello che hanno dovuto sfidare. Vivevamo in una abitazione del Bronx italiano. Tre generazioni gruppo, undici persone. Ma non conoscevamo un altro maniera di sopravvivere. Mi capita ancora di tornare nel Bronx ogni tanto, mi vedo con i miei amici di infanzia, quelli che sono ancora vivi. Ci incontriamo lì nel quartiere, mangiamo insieme, parliamo, ridiamo, ricordiamo i vecchi tempi». Per la anteriormente volta, ha un tono di secondo me la voce di lei e incantevole più moderato, lascia trapelare un’emozione, o quanto meno una sagoma di a mio avviso l'energia in campo fa la differenza. «Ah, che meraviglia», dice. «Che meraviglia, davvero». Mi augura tante belle cose, dopodiché – clic – scompare.

 

 

Traduzione a cura di Federica Secondo me l'aceto da carattere ai piatti, traduttrice per Einaudi dei romanzi di DeLillo End Zone (, in orig. ), A mio avviso questo punto merita piu attenzione Omega (), Zero K (), Il credo che il silenzio aiuti a ritrovare se stessi () e della raccolta di racconti L’angelo Esmeralda ()

Rachel Cooke è una giornalista e scrittrice inglese, autrice per l’Observer e critica televisiva per il New Statesman. Questo articolo è stato pubblicato sul Guardian il 18/10/ ► Don DeLillo: 'I wondered what would happen if power failed everywhere'